“La mossa del cavallo”, un western nella Vigata di Montalbano

Chi ama Camilleri conosce bene non solo tutti i libri con protagonista il commissario Montalbano ma anche e soprattutto i suoi romanzi storici, dagli intrecci assai più complessi e dall’ironia che può ravvivarti giornate intere. Per la prima volta in televisione, dopo i seguitissimi episodi che traducono in serie tv le avventure cartacee di Salvo a Vigata, arriva un romanzo storico. Si tratta de “La mossa del cavallo”, pubblicato per la prima volta nel 1999 da Rizzoli e poi da Sellerio. Anche qui c’è un’indagine da svolgere. A quale attore affidare il ruolo principale? A Michele Riondino, che già era risultato perfetto nei panni del giovane Montalbano.

Siamo nel 1877, la vicenda si svolge tra Montelusa e Vigata. Il quarantenne Giovanni Bovara, interpretato da Riondino, è il nuovo ispettore capo ai mulini, incaricato di far rispettare l’odiata tassa sul macinato, ovvero sul pane. Siciliano di nascita, ma ormai ligure di adozione poiché da bambino si è trasferito con la sua famiglia a Genova, ragiona e parla come un uomo del nord Italia e non comprende le dinamiche mafiose e omertose che regolano la Sicilia. Capelli neri, pizzetto, occhi scuri e parlata del nord, Bovara è guardato in paese come fosse uno straniero. La sua intransigenza gli procura subito diversi nemici. Le indagini lo portano a scoprire prima un ingegnoso sistema con il quale i mugnai vengono lasciati liberi di evadere la tassa sul macinato e poi l’esistenza di un mulino clandestino nel terreno dell’uomo più potente della città. Pare un circo la provincia nella quale è stato precipitato, come dentro una ragnatela, l’ispettore Bovara: un ragioniere che si muove a cavallo, Stidduzzu. Regista, in ombra, delle trame del circo è il capomafia don Cocò Afflitto: il proprietario dei mulini e dei giornali locali. A poco a poco le spire del “sistema” si stringono intorno all’ispettore e quando sopraggiunge per caso sul luogo dell’omicidio del parroco della città, Bovara si ritrova suo malgrado invischiato in qualcosa molto più grande di lui. In un complicato sistema di depistaggi e giochi di potere, i suoi avversari cercheranno di eliminarlo e sarà solo entrando nella mentalità dei suoi aguzzini e ricorrendo alle loro stesse strategie che Bovara riuscirà a salvare la propria vita e forse anche la giustizia. Nato a Vigata e cresciuto a Genova, l’ispettore si riappropria lentamente del dialetto d’origine; e, da dentro la ritrovata appartenenza linguistica nonché antropologica, crea la controbeffa alle messe in scena di cui è stato vittima. Il film tv, per la regia di Gianluca Maria Tavarelli, andrà in onda lunedì 26 febbraio in prima serata su Rai Uno. Una produzione Palomar, in collaborazione con Rai Fiction, con Ester Pantano, Cocò Gulotta, Antonio Pandolfo, Giovanni Carta, Giancarlo Ratti, Maurizio Puglisi, Filippo Luna, Maurizio Bologna, Domenico Centamore, Giuseppe Schillaci, Daniele Pilli, Angelo Libri, Roberto Salemi, Vincenzo Ferrera. Il maestro Andrea Camilleri ha partecipato alla stesura della sceneggiatura insieme a Francesco Bruni e Leonardo Marini.

“Alla fine dell’Ottocento – commenta il regista – la Sicilia era per l’Italia una sorta di Far West, una terra di nessuno, costellata di banditi, malfattori, gente abituata a farsi giustizia da sé. È con questo in mente che ho cominciato a pensare che il western fosse il genere più adatto per raccontare questa storia. Il romanzo di Camilleri, La mossa del cavallo, è un film sulla connivenza che legava i governanti e i gendarmi dell’epoca ai potenti di allora, racconta di un’Italia divisa in due, sia politicamente che linguisticamente. Una storia, quindi, che riguarda da vicino l’Italia di oggi. Per la sua particolarità mi è subito sembrato che una trasposizione lineare del romanzo ne potesse in qualche modo compromettere l’originalità. Aveva bisogno di una visione e di un punto di vista forte per essere raccontato. Grazie alla scelta di trasformarla in un western in terra di Sicilia, questa storia si sottrae a tutte le trappole del film in costume, mettendo insieme recitazione, immagini, attori e scelte di regia che passano dal grottesco al realismo, dalla commedia al film di denuncia. E così ho cominciato ad attingere al cinema di Sergio Leone, di Tarantino, al cinema americano e italiano degli anni Settanta. Mi sono divertito a mischiare i generi, perché il romanzo di Camilleri, pur essendo ambientato nel 1877, è scoppiettante di battute, grottesco, assurdo, strampalato e allo stesso tempo estremamente reale e attuale. Ed è per questo che ho pensato che bisognasse girarlo in modo moderno, con soluzioni che avvicinassero il protagonista, un uomo del nord che finisce in un mondo assurdo, costellato di follia e situazioni surreali, allo spettatore di oggi”.

 

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