L’isola che incanta

Le onde si infrangono sulla spiaggia nera, dove le barche riposano d’inverno. È uno scenario di contrasti a offrirsi allo sguardo arrivando a Stromboli. L’isola delle Eolie, in Sicilia, è spesso sovrastata da uno sbuffo bianco.

I libri a volte si leggono per passaparola e così è avvenuto per “A Stromboli” di Lidia Ravera, Editori Laterza. Stavo discorrendo con Matteo, amico fin dal liceo classico, dell’Isola d’Elba, di cosa può significare vivere su un’isola e dunque in qualche modo “isolati” nel bene e nel male. Anche se altri territori, per quanto non separati dalla terraferma dalla presenza del mare, possono considerarsi isole. Il libro di Lidia Ravera mi è piaciuto tantissimo e, non so se per fortuna o purtroppo, mi ha ispirato una serie di racconti. Forse erano già dentro di me e questa lettura li ha fatti sbocciare.

La scrittrice racconta il proprio rapporto con l’isola di Stromboli, “piccola, scogliosa, circondata da un mare capace di introdursi mansueto in ogni insenatura, di spaccarsi violento contro ogni promontorio. Appartata, inaccessibile. Eccentrica. Approdo e punto di fuga”. Il mare è il grande protagonista del libro, insieme agli altri elementi della natura. Sull’isola il tempo scandito dagli orologi rallenta e si piega al tempo atmosferico. È lui che decide innanzitutto se si può arrivare o partire dall’isola. Il vulcano sonnecchia ma d’improvviso può d’arancio colorare le sue pareti nere, sino a far ribollire il mare. È nei periodi non turistici che l’autrice preferisce stare a Stromboli. L’isola ridisegna pensieri e attività, riconducendo la persona all’essenziale. Un rifugio che ogni volta riaccoglie a braccia aperte, lasciando fuori ansie e dando modo di fermarsi. Fuori dal turbinio delle vite frenetiche di città si guarda con più consapevolezza alla propria esistenza.

Mi ha divertito la parte in cui Lidia Ravera descrive la sua vita da scrittrice nel senso più materiale ovvero sì le presentazioni, i firmacopie, le sale stracolme o non abbastanza piene, i complimenti o gli imbarazzi, “la gioia compulsiva di condividere parole, la coazione a ripetere quella cavatina, quel monologhetto, in versi sciolti, in prosa corrosiva, fino al perseguimento dell’applauso…”. Ma sopraggiunge il bisogno del silenzio, di fermarsi, di trovare “l’ozio necessario alla letteratura, da contrapporre al ‘negozio’ necessario a venderla”.

L’isola costringe a fermarsi e a concentrarsi sul presente. Non resta che piacevolmente arrendersi ai quattro elementi: terra, fuoco, acqua, aria. L’isola è distanza, è esperienza dell’infinito.

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